Vivere eucaristicamente

Spiritualità eucaristica   

Introduzione 

  • Se l’Eucaristia è un mistero di kenosis, cioè di umilta e di nascondimeto, vivere l’Eucarestia significa vivere nell’umiltà, nel  silenzio e nel nasconimento;
  • se è un mistero di presenza santificatrice, comporta la presenza del cristiano alla celebrazione e all’adorazione eucaristica;
  • se  è un mistero di offerta sacrificale al Padre per la salvezza degli uomini, significa fare della propria vita un dono e un’offerta sacrificale a Dio e agli uomini;
  • se è  un mistero di unità, significa essere operatori di unità e di pace;
  • se è un mistero di fraternità e di carità, vivere l’eucaristia significa attuare la carità vicendevole;
  • infine, se è un mistero escatologico, implica un atteggiamento di attesa del regno di  Dio che l’Eucaristia anticipa.

Ecco le linee essenziali di una spiritualità eucaristiaca autentica.

A partire dal Nuovo Testamento e lungo venti secoli di storia travagliata, la Chiesa cattolica, sotto la guida dello Spirito Santo – che Cristo le ha dato perché la conduca a tutta la verità – ha formulato le verità di fede riguardanti l’Eucaristia e ha stabilito i modi in cui essa dev’essere celebrata. C’è quindi oggi una dottrina catto­lica dell’Eucaristia e una forma cattolica di celebrare l’Eucaristia.

Alla dottrina eucaristica della Chiesa il cattolico aderisce con l’at­to di tede, vedendo nell’Eucaristia il «mistero della fede».

Alla ce­lebrazione eucaristica il cristiano partecipa, ascoltando la Parola di Dio, offrendo al Padre il mistero pasquale della morte e della risurrezione di Gesù reso presente sull’altare dall’invocazione dello Spirito Santo e dalle parole consacratorie di Gesù, e parte­cipando con la comunione alla Cena del Signore.

Ma l’atto di fede nell’Eucaristia tende a tradursi nella vita, co­sì come la   celebrazione eucaristica tende a diventare vita vissuta. Così, credere nell’Eucaristia e celebrarla spinge necessariamente a viverla. Afferma san Leone Magno in un discorso sulla Passio­ne: «Non altro opera la partecipazione al corpo e al sangue di Cri­sto che farci passare in ciò che “assumiamo» cioè farci diventare (Eucaristia vissuta, attuata nella vita di ogni giorno. Ciò significa che l’Eucaristia è veramente creduta come «mistero di fede» ed è veramente celebrata come ri-presentazione, attualizzazione e me­moriale del mistero pasquale della morte e della risurrezione di Gesù soltanto se, e nella misura in cui, si traduce in una vita mo­dellata sul mistero eucaristico creduto e celebrato.

Per comprendere come la vita cristiana possa e debba essere «eucaristica», basta riflettere sui caratteri essenziali del mistero eucaristico e su come essi possano diventare vita vissuta.

 

1- L’Eucaristia come mistero di «kenosis»

L’Incarnazione del Verbo di Dio nella figura storica di Gesù di Nazaret è vista da san Paolo come una kenosis, cioè come uno spogliamento e uno svuotamento degli attributi propri della divi­nità: il Figlio eterno di Dio, «di natura divina» (en morphé theou) e uguale a Dio (isa theó), «spogliò (ekenósen, letteralmente an­nientò) se stesso, assumendo la condizione (morphén = forma, na­tura) di sevo (doulou) e divenendo simile agli uomini; apparso in forma umana, umiliò (etapeinósen) se stesso, facendosi obbedien­te (hypekoos) fino alla morte, e alla’ morte in croce (thanatou de staurou)» (Fil 2,6-8). Così san Paolo vede nell’incarnazione una triplice «discesa» del Figlio di Dio: da Dio a uomo; da uomo a servo obbediente; da servo obbediente a crocifisso.

Questa «discesa» si rinnova nell’Eucaristia: il Figlio di Dio si rende presente non nello splendore della sua gloria di Risorto, ina nascondendosi sotto i segni, estremamente umili, del pane e del vino. Non solo egli non appare «nella forma di Dio», ma nel,)­pure nella «forma di uomo», come è apparso nella sua vita terre­na. Cioè nell’Eucaristia la sua kenosis, il suo «spogliamento» è più profondo e radicale di quanto fosse nella stia condizione umana. Due elementi materiali – il pane e il vino – nella scala degli esseri sono di valore incomparabilmente inferiore alla na­tura umana.

Così l’Eucaristia è il mistero dell’umiltà, del nascondimento e della debolezza di Dio; è il Misterodi Dio che si mette nelle ma­ni degli uomini e si espone ad essere non considerato, ad essere trascurato e perfino oltraggiato nella maniera più nefanda, conce avviene talvolta nei riti satanici. Per conseguenza vivere l’Eucari­stia come mistero di kenosis significa vivere nell’umiltà, nel na­scondimento e nel silenzio.

L’Eucaristia è perciò la scuola in cui il cristiano impara ad es­sere discepolo di Cristo «mite e umile di cuore», cioè impara a combattere l’orgoglio, la sete di dominare, di apparire, di essere ammirato, di primeggiare, impara a servire e, soprattutto, a «per­dere la propria vita» nel dono di sé a Dio e ai fratelli.

 

2 – L’Eucaristia come mistero di presenza santificatrice

Nell’Eucaristia, sotto i segni del pane e del vino, Cristo è pre­sente «realmente, veramente e sostanzialmente»; ma la sua è una presenza redentrice e santificatrice, cioè è presente per salvare e santificare, per essere «pane di vita eterna» e «calice dell’eterna salvezza». In realtà, Cristo è presente nell’Eucaristia come Signo­re Risorto, che dona lo Spirito Santo e in tal modo santifica colo­ro che con fede e amore partecipano alla celebrazione eucaristica oppure lo adorano presente nel tabernacolo, al di fuori della ce­lebrazione dell’Eucaristia. Infatti la presenza di Cristo nell’Euca­ristia non si limita al tempo della celebrazione della Messa, ma, come afferma il Concilio di Trento contro i Riformatori, conti­nua a sussistere, sotto i segni del pane e del vino consacrati nella celebrazione, anche dopo che questa è terminata.

Perciò vivere l’Eucaristia comporta la presenza del cristiano a Cristo presente nell’Eucaristia. In realtà, Cristo è presente nell’Eu­caristia per essere il Dio-con-noi, il Dio-in-mezzo-a-noi, nostro compagno di viaggio verso la vita eterna, nostro consolatore e so­stegno nelle difficoltà del cammino, nostra «via» al Padre nella con­cretezza della vita di ogni giorno. E detto nell’inno eucaristico 1%er­buna supernum prodiens, alla quarta strofa: «Se nascens dedit socium / convescens in edulium / se regnans in pretium, / se regnans dat in praemiurn» (Nascendo si diede come compagno, mangiando insie­me come cibo, morendo come prezzo del riscatto, regnando come premio). Infatti nell’Eucaristia Gesù è nostro compagno (socius) in quanto vive «con noi», è presente in mezzo a noi; è nostro cibo (edulium) in quanto la celebrazione eucaristica rende presente e at­tuale l’Ultima Cena, in cui Cristo, mangiando (convescens) con i suoi discepoli, si dona loro in cibo e bevanda sotto i segni del pane e del vino; è prezzo del nostro riscatto (pretium) con la sua morte (moriens), ed è nostro premio (praemium) col farci partecipi della sua risurrezione e del suo regno (regnans) alla destra del Padre. Il cristiano vive il mistero della presenza eucaristica anzitutto con la sua partecipazione alla celebrazione dell’Eucaristia: non soltanto fi­sica, ma spirituale, e dunque presenza di fede; non soltanto passi­va, ma attiva, e dunque presenza di partecipazione nell’ascolto del­la parola di Dio, nell’offerta al Padre del sacrificio di Cristo e nella comunione al suo Corpo e al suo Sangue.

Ma il sacramento dell’Eucaristia è un sacramento «permanen­te», nel senso che la presenza di Cristo, che è sempre salvifica, «permane» anche dopo la celebrazione eucaristica. A questa pre­senza permanente il cristiano risponde con «il culto dell’Eucari­stia», che, come si è visto, consiste essenzialmente nell’adorazio­ne dell’Eucaristia nelle sue molteplici forme. Perciò «vivere l’Eu­caristia» ha come fulcro essenziale, per i sacerdoti., la celebrazio­ne eucaristica quotidiana, che la Chiesa «raccomanda caldamen­te» 3. Infatti per il sacerdote la celebrazione eucaristica quotidiana dovrebbe essere il centro della sua vita spirituale e la fonte a cui attingere l’ispirazione del suo lavoro apostolico e la forza per compierlo in maniera spiritualmente fruttuosa. Per tale motivo, il sacerdote ogni giorno parte dall’Eucaristia «celebrata» e ritorna all’Eucaristia «adorata» con quell’umile e semplice gesto che si chiama la «visita al SS. Sacramento».

Questo, se vale in modo particolare per i sacerdoti, vale ugual­mente per tutti i cristiani. In primo luogo, per i religiosi e le reli­giose, che nella partecipazione quotidiana alla celebrazione eucari­stica diventano, nel senso più vero e profondo, «comunità religio­sa», unita cioè non nel vincolo del sangue, dell’amicizia, della co­munità di lavoro e di ideali, ma diventata una per la partecipazione all’unico Pane e all’unico Sangue di Cristo: dunque una comunità eli amore soprannaturale, una «fraternità in Cristo», che dovrebbe apparire al mondo come «sacramento di comunione», vale a dire mutuo e sempre gratuito dono eli sé per mezzo della carità. Ciò comporta, per i religiosi e le religiose un’intensa vita eucaristica, che abbia il suo centro nella celebrazione dell’Eucaristia, ma che poi si prolunghi nella giornata con l’adorazione eucaristica. Quan­do si fa la storia della vita religiosa, si rileva che c’è un nesso neces­sario tra la pratica eucaristica e la contemplazione mistica, per cui il mistero eucaristico è «il sacramento della più alta spiritualità.

Quanto si è detto dei sacerdoti e dei religiosi vale anche per i semplici fedeli. «Ogni giorno, com’è desiderabile, i fedeli, in gran numero partecipino attivamente al sacrificio della Messa, nutren­dosi con cuore puro e santo della sacra Comunione […]. Duran­te il giorno non omettano di fare la visita al santissimo Sacramen­to, perché la visita è prova di gratitudine, segno di amore e debi­to di riconoscenza a Cristo là presente […]. Cristo è veramente l’Emmanuele, cioè il Dio-con-noi. Infatti, giorno e notte è in mez­zo a noi, abita con noi pieno di grazia e di verità, restaura i co­stumi, alimenta le virtù, consola gli afflitti, fortifica i deboli, e sol­lecita alla sua imitazione tutti quelli che si accostano a lui».

 

3 – L’Eucaristia come mistero di offerta sacrificale

L’Eucaristia è la ri-presentazione e la ri-attualizzazione sacra­mentale del sacrificio della croce, cioè dell’offerta che Cristo ha fatto della sua vita al Padre, morendo sulla croce, per la salvezza degli uomini. Infatti, nella celebrazione eucaristica, sotto i segni sacramentali del pane e del vino, è presente Cristo nel suo sacri­ficio, vale a dire nel dono della sua vita al Padre, e dunque nella sua morte accettata per salvare gli uomini. Sotto il segno del pa­ne c’è il Corpo di Cristo, «donato per gli uomini» e sotto il segno del vino c’è il Sangue di Cristo «versato per tutti in remissione dei peccati». Nello scorrere del tempo, fino alla seconda venuta di Cristo, la Chiesa offre al Padre il sacrificio di Cristo e, con Cristo, si offre al Padre «in sacrificio vivente, santo e gradito a Dio», pra­ticando in tal modo il suo «culto spirituale» (Ria 12,1).

Vivere l’Eucaristia è allora, nella sua verità più profonda, vive­re l’offerta sacrificale di Cristo al Padre, facendo della propria vi­ta un «dono», un’«offerta» a Dio e agli uomini: non però un do­no qualsiasi, ma un dono che sia un’«offerta sacrificale», che comporti il sacrificio di se stessi fino, al limite, al dono della vita per Dio e per i fratelli. Sta qui il nucleo fondamentale di una spi­ritualità eucaristica: come Cristo nell’Eucaristia è offerta sacrifi­cale al Padre per la salvezza del mondo, così il cristiano, che Cri­sto associa a sé nel suo dono a Dio e agli uomini, dovrà dare alla sua vita di ogni giorno il carattere di offerta e di dono.

Ciò significa che egli deve «uscire» da se stesso, dall’egoismo nel quale tende naturalmente a chiudersi, dalla ricerca dei propri interessi, del proprio successo, della propria gloria, del proprio benessere, per cercare unicamente quello che Dio vuole da lui, quello che piace a Dio e lo glorifica, vivendo come Gesù, che ha «cercato» (cfr Gv 5,30) e attuato sempre la volontà del Padre, compiendo l’opera che il Padre gli ha affidato (cfr Gv 4,34; 6,38), anche quando il Padre gli ha chiesto il sacrificio della vita, col be­re il calice di una morte ignominiosa e orrenda (cfr Mc 14,36). E quanto hanno fatto i martiri, che per tale motivo sono stati sempre venerati dalla Chiesa come i più veri amici di Dio e i più au­tentici discepoli di Cristo crocifisso.

Certo, non ad ogni cristiano che voglia vivere ogni giorno il sa­crificio eucaristico a cui ha preso parte, è richiesto il martirio; so­no però richiesti tutti quei piccoli e grandi sacrifici, connessi col compimento dei doveri del suo stato, dei suoi obblighi lavorativi e professionali, quale che possa esserne il peso; è richiesta la fe­deltà a Dio nell’osservanza libera e gioiosa dei suoi comanda­menti, che «non sono gravosi» (1 Gv 5,3), a condizione che la lo­ro osservanza nasca e sia sostenuta dall’amore di Dio, che rende facile anche il sopportare i più grandi sacrifici; è richiesta infine la perseveranza nel compimento della volontà di Dio, nonostante la monotonia, la stanchezza e il disgusto che comportano situazioni di disagio, coane il prolungarsi di certe malattie dolorose, la cura quotidiana di persone anziane, malate e disabili, le sofferenze sen­za fine imposte da un matrimonio mal riuscito. In realtà la vita cristiana, quale che sia la forma in cui è vissuta, è segnata dalla croce del Signore: così, la celebrazione del sacrificio eucaristico, che è la ri-attualizzazione del sacrificio della croce, dev’essere per il cristiano il modello della sua vita di discepolo di Gesù e, insie­me, la fonte da cui attingere ogni giorno la forza per seguire Ge­sù Cristo, portando dietro di lui la propria croce (cfr Mt 16,24).

Ma l’offerta sacrificale della sua vita al Padre, che Gesù com­pie nella celebrazione eucaristica, è per gli uomini peccatori, è per la loro salvezza. La «pro-esistenza», che ha caratterizzato tutta la vita di Gesù, raggiunge il suo culmine nella sua morte sulla croce, poiché egli nuore per (pro) gli uomini. Perciò la partecipazione alla celebrazione eucaristica deve tradursi nel vivere per gli altri, nella carità e nel servizio.

Sorprende il fatto che Giovanni, nel suo Vangelo, parlando del­l’Ultima Cena di Gesù con i suoi discepoli, non riferisca l’istitu­zione dell’Eucaristia, come fanno i tre Vangeli Sinottici, ma ricor­di invece il gesto della lavanda dei piedi, che Gesù stesso spiega come un gesto di servizio che i discepoli devono rendersi gli uni gli altri: «Se io – dice Gesù – il Signore e il Maestro, ho lavato i vostri piedi, anche voi dovete lavarvi i piedi gli uni gli altri. Vi ho dato infatti l’esempio, perché come ho fatto io, facciate anche voi» (Gv 13,14-15). In realtà, Giovanni non parla dell’Eucaristia nel­l’Ultima Cena, perché ne ha già parlato nel capitolo sesto, ripor­tando il discorso di Gesù sul «Pane della vita» (cfr Gv 6,48-58). Raccontando però, al posto dell’istituzione dell’Eucaristia, la lavanda dei piedi come il gesto nel quale Gesù ama i suoi discepoli «sino alla fine» (Gv 13,1), cioè nel modo e nella misura più gran­di, Giovanni sembra voler dire che l’amore – un amore che si fa servizio – è l’essenza dell’Eucaristia, e che perciò chi riceve l’Eu­caristia deve vivere la sua vita nel servizio dei suoi fratelli. Sola­mente allora l’Eucaristia è stata ricevuta con frutto. A sua volta il Vangelo di Luca riferisce che, proprio dopo aver istituito l’Eucari­stia (Lc 22,19-20), Gesù definisce la sua vita come servizio: «Io sto in mezzo a voi come colui che serve» (Lc 22,27).

 

4 – L’Eucaristia come mistero di unità

L’unità dei cristiani in un solo corpo – la Chiesa – è frutto dell’Eucaristia. Scrive san Paolo: «l1 pane che noi spezziamo non è forse comunione con il corpo di Cristo? Poiché c’è un solo pa­ne, noi, pur essendo molti, siamo un corpo solo: tutti infatti par­tecipiamo dell’unico pane» (1 Cor 10,16-17). In realtà, l’Eucari­stia è simbolo di unità già per il fatto che il pane che si converte nel Corpo di Cristo è formato da molti chicchi di grano e il vino che si converte nel suo Sangue è formato da molti acini d’uva: co­sì sant’Agostino, parlando dell’Eucaristia, fatò esclamare: «O se­gno di unità! O vincolo di carità». Ma è segno, non semplice­mente simbolico, bensì efficace: non solo, cioè, simboleggia l’uni­tà, come la bandiera simboleggia la nazione, la Patria, ma produ­ce l’unità del popolo di Dio, «fa» l’unità della Chiesa. Così san Tommaso d’Aquino distingue nel sacramento dell’Eucaristia tre elementi: il sacramentum tantum, cioè il segno esteriore, visibile, formato dal pane e dal vino insieme con i riti eucaristici; la res et sacramentum, cioè la realtà (res) che è contenuta sotto il segno sa­cramentale (sacramentum), vale a dire il Corpo di Cristo, vero, reale e sostanziale, presente sotto le specie sacramentali; la res tantum, cioè il frutto, l’effetto ultimo e definitivo dell’Eucaristia in quanto è vero e reale Corpo di Cristo. Tale realtà (res) è «l’unità del Corpo mistico, cioè della Chiesa, che significa e causa».

L’Eucaristia quindi è fattore di unità tra Cristo e i cristiani e dei cristiani tra loro; ma uniti a Cristo, i cristiani sono uniti con la Trinità. Scrive sant’Ilario di Poitiers: «Se Cristo ha preso vera­mente la carne del nostro corpo, noi nell’Eucaristia riceviamo ve­ramente la carne del suo Corpo e perciò siamo una cosa sola (unum), perché il Padre è in lui ed egli è in noi. Per il Figlio e con il Figlio noi siamo uniti con il Padre per lo stesso Figlio che abi­ta in noi con la sua carne». A sua volta san Cirillo di Alessandria scrive: «Gesù santifica i fedeli con la comunione del suo Corpo e fa di tutti un solo e medesimo [corpo] con il suo (sussomous). Noi dunque siamo tutti “uno” nel Padre, nel Figlio e nello Spi­rito Salito per 1.1 comunione del sacro Corpo di Gesù e del medesimo Spirito».

Vivere l’Eucaristia significa, allora, essere «operatori di pace» (M1 5,6), impegnandosi a superare tutte le forme di divisione, di rottura e di contrasto per motivi culturali, razziali, sociali, politi­ci, religiosi che esistono tra gli uomini, nelle società, nelle fami­glie, nella Chiesa, nelle comunità religiose; significa lavorare per l’unità ecumenica di tutto il popolo di Dio, cioè di tutti i battez­zati, nell’unica Chiesa di Cristo, secondo il voto di Gesù – «Per­ché tutti siano una cosa sola, come tu, Padre, sei in me e io in te» (Gv 17,21) e affinché 1’«unico» battesimo che unisce tutti i cri­stiani abbia il suo naturale compimento nell’«unica» Eucaristia.

A questo proposito, osserva san Tommaso d’Aquino che «per mezzo del battesimo l’uomo è ordinato all’Eucaristia, che è la consumazione della vita spirituale e a cui tutti i sacramenti sono ordinati. Perciò, per il fatto stesso che i bambini sono battezzati, per mezzo della Chiesa sono ordinati all’Eucaristia. E così, come credono per la fede della Chiesa (ex fide Ecclesiae), per l’inten­zione della Chiesa (ex intentione Ecclesiae) desiderano l’Eucari­stia e, per conseguenza, ne ricevono il frutto, la realtà (et per con-­seguens recipiunt remi ipsius)» 10. Ciò significa che l’unità della Chiesa di Cristo – che già ora «sussiste nella Chiesa cattolica» – sarà perfetta quando tutti i battezzati parteciperanno a un’«uni­ca» Eucaristia. Ha qui la sua radice e il suo motivo profondo l’im­pegno di tutti i battezzati per la promozione dell’unità della Chie­sa in una sola fede, in un solo battesimo, in una sola Eucaristia, e quindi in un solo Corpo di Cristo, in un solo Spirito, in un solo Dio, Padre di tutti (cfr Ef 4,4-6).

Ed è anche questo il motivo profondo per cui la Chiesa cattolica non permette l’«intercomunione» o «l’ospitalità eucaristica», cioè la possibilità che i cristiani, pur battezzati, ma non in piena comunione di fede con la Chiesa cattolica, come i protestanti, partecipino con la comunione all’Eucaristia, celebrata nella Chiesa cattolica; e viceversa, non permette che i cattolici possano partecipare alla Cena celebrata dalle Comunità protestanti non in comunione perfetta con la Chiesa cattolica. Non si tratta, da parte cattolica, di un gesto di presunzione o di mancanza di rispetto per la fede delle Comunità non cattoliche; ma si tratta della «verità» dell’Eucaristia. Questa infatti è un «segno» di unità nella fede; perciò, dove non c’è unità nella fede, non può es­serci unità nella partecipazione alla stessa Eucaristia.

Tanto più che lo stesso modo di intendere l’Eucaristia è diffe­rente nei cattolici e nei protestanti. Ciò vuol dire che cattolici e pro­testanti, se partecipassero all’Eucaristia cattolica o alla Cena prote­stante, parteciperebbero non alla stessa Eucaristia, ma a Eucaristie diverse. E certamente doloroso – e anche scandaloso – che colo­ro che credono nell’unico Cristo e sono incorporati a lui dall’unico battesimo non possano partecipare all’unica Eucaristia; ma è una sofferenza inevitabile, che deve però stimolare tutti i cristiani a su­perare le divisioni dottrinali, che riguardano punti essenziali della fede e perciò richiedono da parte di tutti molta preghiera allo Spi­rito Santo, molto impegno e molta pazienza. Ogni tentativo di «for­zare i tempi», concedendo l’«ospitalità eucaristica» ai non cattolici, non gioverebbe ad affrettare il giorno in cui tutti i cristiani potran­no sedere all’unica mensa eucaristica.

 

5 – L’Eucaristia come mistero di comunione

Nella celebrazione eucaristica coloro che partecipano alla comu-nione sacramentale – e, quando questa non è possibile, alla comu­nione spirituale – entrano in «comunione» (koinonia) con Cristo, con il suo Corpo e con il suo Sangue. Afferma san Paolo: «Il calice della benedizione che noi benediciamo non è forse comunione (koi­nonia) con il sangue di Cristo? E il pane che noi spezziamo, non è forse comunione (koinonia) con il corpo di Cristo? (1 Cor 10,16). In questo versetto «comunione» significa «la partecipazione al corpo e al sangue di Cristo e quindi l’unione con Cristo elevato alla gloria. Questa comunione con Cristo comporta una trasformazione del­l’uomo che penetra fin nelle radici profonde dell’essere».

Effetto della comunione eucaristica, in quanto è partecipazione al Corpo e al Sangue di Gesù, è la mutua inabitazione di Cristo nel credente e del credente in Cristo: «Chi mangia la mia carne e be­ve il mio sangue dimora (menei) in me e io in lui» (Gv 6,56). Si no­ti che nel Vangelo eli Giovanni il verbo «dimorare» (menein en) in­dica l’intinta appartenenza che lega il Figlio Gesù al Padre: «Il Pa­dre che abita in me (en emoi menon ) compie le sue [del Padre] opere» (Gv 14,10): in tal modo l’ininterrotta comunione di Gesù con il Padre fa sì che la parola di Gesù sia la parola dei Padre e le opere di Gesù siano le opere del Padre. Perciò Cristo, dimorando in mezzo agli uomini, porta la parola e la grazia del Padre.

In secondo luogo il verbo «dimora», quando è riferito al rap­porto di Gesù con il credente e viceversa, significa l’intima co­munione che si stabilisce tra Gesù e chi lo riceve sacramental­mente, in forza della quale il fedele partecipa, non solo all’amore di Cristo, ma a ciò che egli è, al suo amore al Padre e agli uomini, alla sua incarnazione, alla sua morte e risurrezione, per mezzo dello Spirito che Cristo gli dona. San Cirillo di Gerusalemme giunge ad affermare: «Nel segno del pane ti vien dato il corpo e nel segno del vino ti vien dato il sangue, perché ricevendo il cor­po e il sangue di Cristo tu diventi concorporeo e consanguineo di Cristo. Avendo ricevuto in noi il suo corpo e il suo sangue, ci tra­sformiamo in portatori di Cristo, anzi, secondo san Pietro, diven­tiamo “partecipi della natura divina” (2 Pt 1,4)»12.

Vivere l’Eucaristia come mistero di comunione significa per il cristiano essere in comunione spirituale con Cristo durante l’inte­ra giornata, nel proprio lavoro e in tutto ciò che forma la trama della vita di ciascuno; significa essere in comunione con tutta la Chiesa, con le sue difficoltà, con le sue necessità, con i suoi pro­blemi e le sue angosce, perché, come dice Origene, la comunione con Cristo è sempre comunione con la Chiesa (communicare Ec­clesiae); significa infine vivere in comunione con tutti gli uomi­ni, in particolare con tutti quelli che soffrono: i malati, le vittime della fame e della guerra, della droga e della prostituzione, i pro­fughi, i perseguitati per motivi di razza, di nazionalismo, eli reli­gione, perché in tutte queste persone Gesù rinnova e continua la sua passione lungo la storia umana. Infatti l’Eucaristia è celebra­ta e offerta al Padre per tutti gli uomini, affinché «tutti siano sal­vati e arrivino alla conoscenza della verità» (1 Tm, 2,4).

 

6 – L’Eucaristia come mistero di fraternità e di carità

L’Eucaristia è essenzialmente un radunarsi insieme per «man­giare la cena del Signore (kyriakon deipnon phagein)» (1 Cor 11,20). Già il «mangiare insieme» in ogni civiltà umana è un se­gno di fraternità; ma «il mangiare insieme la cena del Signore» è assai più che un «segno» di fraternità. L’Eucaristia infatti è un «sacramento», cioè un segno «efficace», vale a dire un segno che «produce» e «attua» quello che significa. Il partecipare alla cena del Signore produce quindi la comunità e la fraternità cristiana. Questo è il motivo per cui i cristiani si chiamano «fratelli»: fratel­li di Cristo e fratelli tra loro. Così la comunità o fraternità cristia­na, che è la Chiesa, nasce dalla comunione eucaristica e mediante essa si rafforza. C’è dunque una «fraternità eucaristica» che su­pera la fraternità di sangue e di patria, e che fa dei cristiani la «fa­miglia di Dio» o, come dice san Paolo, i «familiari di Dio» (Ef 2,19) e i «fratelli nella fede» (Gal 6,10).

Questa fraternità eucaristica si deve tradurre nella carità vi­cendevole, perché l’Eucaristia è un mistero di carità, nel quale Cristo si dona ai suoi fratelli in cibo e in bevanda, per essere per essi fonte di vita: «Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda» (Gv 6,54-55). Col dono della vita, Gesù infatti dona la carità; ma una carità attiva, che cioè si traduce in atti eli carità, di dono di sé a Dio, som­mamente amato, e ai fratelli, figli di Dio e sue immagini. Afferma san Tommaso d’Aquino che «per la virtù di questo sacramento la carità si pone in azione»

 

7 – L’Eucaristia come mistero escatologico

L’Eucaristia è celebrata nella storia umana come anticipazione del suo compimento, che si avrà con la seconda venuta di Cristo: «Ogni volta che mangiate di questo pane e bevete di questo san­gue voi annunziate la morte del Signore finché egli venga» (1 Coi­11. 26). Ogni celebrazione eucaristica è perciò compiuta nell’atte­sa del Signore. Per questo, nelle primitive comunità cristiane si chiudeva con le parole Maranà tha (Vieni, Signore) (1 Cor 16,22).

In realtà, l’Eucaristia è, nello stesso tempo, «memoriale» del passato e «annuncio» e «anticipazione» ‘del futuro, del compi­mento escatologico, dei cieli nuovi e della terra nuova. Un « annuncio» cioè di una realtà futura che essa «anticipa» perché già «ora» comincia ad attuarsi. Infatti i corpi che ricevono l’Eucari­stia ricevono il «farmaco dell’immortalità» (sant’Ignazio di An­tiochia), e dunque la caparra della risurrezione: «E io lo risuscite­rò nell’ultimo giorno», dice Gesù a chi mangia la sua carne e be­ve il suo sangue (Gv 6,54).

Ma con l’Eucaristia non è solo il corpo dell’uomo che viene re­so partecipe, già fin da ora, della risurrezione; bensì è anche la realtà materiale che comincia a «entrare nella libertà della gloria dei figli di Dio» (Rm 8,21). Infatti, con la consacrazione eucari­stica – operata dall’azione dello Spirito Santo e dalle parole crea­trici di Cristo -, il pane e il vino, frutti della terra e del lavoro dell’uomo, sono convertiti nel Corpo e nel Sangue di Gesù e in tal modo entrano già ora a far parte della creazione nuova, che ha la sua espressione più alta nel Corpo di Gesù risuscitato dalla mor­te. Così, nell’oscurità della storia umana, l’Eucaristia annuncia la luce della Risurrezione. Essa è la promessa sicura del compimen­to del Regno di Dio.

Giuseppe De Rosa S.I.